Rottamare fa sempre bene alla salute?

C’è chi pensa che sia giusto che la vita produttiva finisca a una certa età e ad essa segua una specie di nirvana simbolicamente simile a quei vecchi che - si dice in oriente - passino le loro giornate ad abbandonare i propri pensieri fumando oppio. C’è una certa visione della vita come se il lavoro fosse sempre una brutta schiavitù da cui tutti sognano di affrancarsi al più presto se avessero risorse economiche che glielo permettono. In effetti, per chi è stato costretto a un lavoro logorante e magari anche sgradito, la pensione è un sogno e quasi un riscatto; ma è così per tutti? Credo ci si debbano porre almeno tre domande: Cosa e quanto perde la società facendo diventare inattivo un soggetto ancora in grado di svolgere attività per le quali magari ha dovuto prepararsi per più di vent’anni? Quanto costa, anche in termini di salute, un “rottamato” che ha perso un ruolo attivo nella società? Rottamare è un metodo efficace per risolvere la disoccupazione giovanile? Chiedendosi poi se questo è oggi vero in particolare nella sanità. Voi come la pensate?

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Io la penso così:

Dopo aver accumulato i contributi per una pensione, è giusto che chi lo desidera possa abbandonare il lavoro e dedicarsi ad altro, ma è sempre opportuno costringerlo? C’è un’età anagrafica che non sempre corrisponde a un’età biologica; c’è chi a sessant’anni, o ahimè anche prima, ha già perso la necessaria lucidità e le forze per lavorare e invece chi a ottant’anni riesce ancora a dare un contributo produttivo migliore di quello di molti giovani.
Tutti conosciamo persone che non vedono l’ora di smettere di lavorare e di andare in pensione… ma tutti conosciamo molte persone che, pur non avendo problemi economici, vogliono continuare a lavorare anche in tarda età. Quanti anziani tra gli artigiani, tra i professionisti, tra gli attori, tra i musicisti, tra i sacerdoti, anche tra i tassisti, nei bar, nei ristoranti, nei negozi eccetera.

Rottamare equivale a sprecare risorse

Oggi un professionista diventa mediamente produttivo non prima dei trent’anni, durante i quali ha sostenuto molti costi personali e sociali per accumulare capacità e competenze che poi via via ha aggiornato e aumentato; perché rottamarlo quando magari è ancora in grado di dare molto?
Si pensa che, siccome all’anziano viene elargita una pensione, lui non abbia diritto a guadagnare nulla in più. E infatti la cosiddetta legge Madia inibisce un incarico pubblico non agli anziani, bensì ai pensionati! Ma la pensione di quiescenza, soprattutto adesso che ha una base rigidamente contributiva, non è un regalo assistenziale, ma esclusivamente un salario differito e gestito con logica assicurativa. Non c’è quindi nulla di disonesto nel cumulare la pensione con un’altra fonte di reddito e non è vero che la società in questo modo pagherebbe due volte lo stesso lavoro.

Rottamare spesso produce malesseri

Oltre allo spreco netto di risorse umane che viene compiuto rottamando l’anziano desideroso di continuare a lavorare, ci si deve chiedere se lo stato di nullafacente non inneschi processi di malattia che producono maggiori costi per la sanità. È purtroppo risaputo che molti stati patologici si innescano proprio all’indomani di un pensionamento e sicuramente aumentano anche le paure, le ansie, le ipocondrie. La rottamazione del lavoratore sano può spesso togliere salute e produrre costi sanitari in più (vedi: Behncke S. How does retirement affect health; disponibile all’indirizzo: ftp.iza.org/dp4253.pdf).

Rottamare non favorisce i giovani

Ma i giovani non ci guadagnano trovando occasioni di lavoro lasciate dai pensionati? Qualche volta può essere anche vero, ma perlopiù, soprattutto per i lavori non manuali, l’avvicendamento non è di sicuro qualcosa di automatico.
In molte attività la rottamazione dell’anziano comporta un abbandono pressoché definitivo delle attività da lui svolte e conseguentemente la perdita di lavoro anche dei giovani coinvolti nelle sue attività. È il caso, per esempio, di anziani ricercatori con una loro équipe di giovani che non sopravvive alla rottamazione del ricercatore anziano.

Che fare allora?

Innanzitutto, dovrebbe essere maggiormente lasciato alle scelte personali se accettare o meno la propria rottamazione e in ogni caso dovrebbe essere valutata seriamente la capacità dell’anziano a continuare l’attività un po’ come si fa, per esempio, con la patente di guida.
Potrebbero poi essere riservate agli anziani delle attività “leggere” che sarebbe uno spreco affidare a un giovane pieno di energie; a queste attività potrebbe essere riconosciuto un ridotto emolumento o addirittura essere svolte come volontariato, ma riconosciute come vere attività con specifiche responsabilità. Un’altra soluzione potrebbe essere affiancare al pensionato un giovane, dividendo tra i due lo stipendio, ma permettendo al giovane di apprendere il lavoro e acquisire l’esperienza.
Che tristezza vedere in piazza dei giovani sfaccendati che non riescono a trovare un’occupazione, ma che tristezza anche vedere su una panchina anziani ancora vigorosi la cui sola attività che gli è consentita è quella di perdere tempo. Ridiamo occasioni di attività agli anziani e vedremo che diminuiranno anche le presenze nelle anticamere dei medici di medicina generale e si faranno meno visite e meno accertamenti prodotti solo dall’inattività e dall’insoddisfazione.
E chiediamoci veramente se un medico “non serve più” dopo i sessantacinque anni o se un ricercatore abbia finito di poter dare dei contributi se gli è assegnata una pensione. Perché un politico, uno scrittore, un musicista, un avvocato eccetera possono svolgere senza limiti di età la loro attività? Solo perché non sono “dipendenti pubblici”? Mi pare debole questa sola motivazione…

Commenti

La vecchiaia è solo un termine del nostro vocabolario....

Caro Cesare, sono completamente d'accordo con la tua analisi, peccato che i nostri politici assai poco lungimiranti, non abbiano la minima idea che il solo soddisfacimento dei bisogni fondamentali non è sufficiente alla piena realizzazione dell'essere umano, di qualunque età esso sia.....
Un saluto e complimenti per la rubrica

Luca Frascari

Definiamo "VECCHIAIA"...

Trovo lo spunto interessante, io che sono un giovane 62enne che non avrà mai accesso alla Pensione e che DOVRA' lavorare per i prossimi vent'anni per garantirsi una sopravvivenza superiore alla Pensione di Anzianità o di Cittadinanza, come amano chiamarla.

Io non entro nelle cifre, che sono il tuo campo, e che mostrano come una radiografia lo "scheletro" del problema.
Preferisco entrare nella persona e nel percepito che sarebbe il mio di campo.

Definiamo "vecchiaia" (o, se siete amanti del politicamente corretto anzianità o Terza Età)...

"Vecchiaia" ha un'enormità di "Premesse implicite" che derivano da millenni dove l'età media era appena sotto i quarant'anni (cioè meno della metà dell'attuale!) che è difficile dare una definizione non ambigua del termine.

Non vorrei dilungarmi più di quanto abbia già fatto utilmente il Sole24Ore con questo bell'articolo redatto in occasione dello spostamento dell'età considerata "vecchiaia" da 65 a 75 anni.

https://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-11-30/buone-notizie-vecchia...

Questo articolo termina con dei dati (che ti piacciono tanto, Cesare!:-)e che riguardano il PERCEPITO...

"Dopodiché dallo studio risulta che per il
- 79% degli intervistati la vecchiaia inizia a 85 anni,
- 76% quando non si è più indipendenti,
- 66% quando non si può più guidare l’auto,
- 62% quando si hanno 75 anni
- 51% quando si comincia a dimenticare il nome dei familiari.

Insomma, così come la bellezza è negli occhi di chi guarda, la vecchiaia inizia con l’età che uno sente di avere, cioè quando perde capacità che per lui sono importanti."

Dal che potremmo dedurre che la "vecchiaia" a molto più a che vedere con il PERCEPITO che con i numeri...

...ma è solo un'ipotesi di lavoro, non una certezza.

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