attualita
Epidemiol Prev 2011; 35 (1 EPdiMezzo): 2-2

Lo studio Interphone è indipendente?

  • Susanna Lagorio1

  • Paolo Vecchia2

  1. Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute, Istituto superiore di sanità, viale Regina Elena, 299, 00161 Roma; tel. 06 49904304, fax 06 49904305. e-mail: susanna.lagorio@iss.it
  2. Dipartimento tecnologie e salute, Istituto superiore di sanità, Roma

Riassunto:

E’ stata recentemente segnalata dal professor Angelo Levis ai lettori di Epidemiologia & Prevenzione la sentenza della Corte di appello di Brescia – Sezione lavoro (n. 614 del 10 dicembre 2009),1 che riconosce l’origine professionale di un neurinoma del trigemino in un utilizzatore di telefoni mobili (cellulari e cordless), condannando l’INAIL a corrispondere al ricorrente la rendita per malattia professionale prevista per il grado di inabilità accertato.


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E’ stata recentemente segnalata dal professor Angelo Levis ai lettori di Epidemiologia & Prevenzione la sentenza della Corte di appello di Brescia – Sezione lavoro (n. 614 del 10 dicembre 2009),1 che riconosce l’origine professionale di un neurinoma del trigemino in un utilizzatore di telefoni mobili (cellulari e cordless), condannando l’INAIL a corrispondere al ricorrente la rendita per malattia professionale prevista per il grado di inabilità accertato.

Nella nota si fa cenno a studi “negativi” finanziati da ditte produttrici di telefoni mobili e, come tali, molto meno credibili di quelli di un unico gruppo di ricerca (Hardell e collaboratori) su cui la sentenza è fondamentalmente basata. Anche se non esplicitamente citate, il riferimento è almeno in larga parte, alle pubblicazioni di diverse componenti nazionali dello studio Interphone.

E difatti, nello stesso numero della rivista il Direttore di E&P invitava gli epidemiologi italiani ad avviare un dibattito sullo studio Interphone, «sia per i suoi risultati, sia per le distorsioni – ipotizzate da Levis – che deriverebbero dalla natura dei finanziatori».2

Come membri del gruppo di ricerca Interphone, accogliamo volentieri l’invito a discutere pregi e limiti di questo studio epidemiologico internazionale, nonché a chiarire i dubbi sulla sua indipendenza scientifica.

Interphone consiste in una serie di studi caso-controllo condotti in 13 Paesi del mondo secondo un protocollo comune, con l’obiettivo di valutare se l’assorbimento di energia elettromagnetica a radiofrequenza (RF) durante l’uso di telefoni cellulari comporti un incremento dell’incidenza di tumori negli organi e tessuti più vicini alla sorgente di esposizione.3

Erano eleggibili per lo studio tutti i casi incidenti di tumori intracranici o della parotide diagnosticati nel periodo 2000-2004 tra oltre 45 milioni di residenti nelle aree in studio, insieme a un campione di soggetti sani di controllo estratti casualmente dalla popolazione target.

Si tratta dello studio più grande mai realizzato sull’argomento (2.600 casi di glioma, 2.300 casi di meningioma, 1.100 casi di neurinoma del nervo acustico, 400 tumori maligni della parotide e 7.600 controlli),3 e anche dello studio più informativo disponibile al momento, grazie ai numerosi studi collaterali di validazione finalizzati a valutare la presenza di sorgenti di distorsione e a stimarne l’impatto sui risultati.4-9

La pubblicazione più recente del gruppo di ricerca Interphone è del maggio 201010 e descrive i risultati delle analisi del rischio di tumori cerebrali (glioma e meningioma) in relazione all’uso del cellulare riferito all’intervista dalle oltre 10.700 persone incluse nel data-set internazionale (2.708 casi di glioma, 2.409 casi di meningioma e 5.634 controlli appaiati per età, sesso e area di residenza). Non viene evidenziato alcun incremento del rischio di gliomi o meningiomi cerebrali tra gli utilizzatori regolari di cellulari, né alcuna tendenza all’aumento del rischio di questi tumori in funzione di crescenti intensità o durate d’uso, o all’aumentare del tempo trascorso dall’inizio d’uso. Per maggiori dettagli sui risultati di questo studio si rimanda al comunicato stampa della IARC (http://www.iarc.fr/en/media-centre/pr/2010/pdfs/pr200_E.pdf) e al Fact-Sheet del National Cancer Institute (http://www.cancer.gov/cancertopics/factsheet/Risk/cellphones). 10

Tra il 2004 e il 2008, mentre il data-set internazionale veniva assemblato e si avviavano le relative analisi, nove dei tredici centri Interphone hanno pubblicato i risultati degli studi locali, incluse tre analisi combinate degli studi su neurinoma del nervo acustico, glioma e meningioma condotti in 5 Paesi nord-europei.11-13 I risultati degli studi locali sono consistenti con quelli delle analisi internazionali.

I dati italiani sono stati destinati esclusivamente all’analisi pooled internazionale, a causa del piccolo numero di casi e controlli reclutati tra i residenti a Roma nel 2001-02 (5% del totale dei casi di glioma e meningioma in Interphone). Tuttavia, l’Italia ha dato un rilevante apporto allo studio collaterale di validazione finalizzato a valutare la presenza di distorsioni di ricordo (recall bias) nell’intensità d’uso del cellulare riferita all’intervista mediante dati di traffico forniti dagli operatori di rete, che è stato possibile realizzare solo nel nostro Paese, in Australia e in Canada.6

Una linea di ricerca nell’ambito dello studio Interphone è stata interamente dedicata alla stima della distribuzione dell’energia assorbita dai tessuti cerebrali durante l’uso del cellulare.5,9 Un gruppo di neuro-radiologi ha revisionato le immagini diagnostiche (risonanze magnetiche o tomografie computerizzate) dei casi di glioma e meningioma, stabilendo la localizzazione tridimensionale (3D) del sito di origine della neoplasia.3 Questi dati permetteranno di approfondire ulteriormente lo studio effettuando analisi della relazione tra sede del tumore cerebrale e distanza dalla sorgente di RF, come pure analisi del rischio di tumore in funzione della distribuzione dell’energia assorbita a livello cerebrale. Analisi di questo tipo sono state già realizzate nelle componenti finlandese e giapponese dello studio Interphone e, benché basate su un piccolo numero di casi, non hanno evidenziato incrementi del rischio di glioma nelle aree cerebrali più prossime alla sorgente di RF o con i livelli più elevati di SAR. 14-15

Per quanto rilevante per dimensioni e metodologia, Interphone è solo uno studio tra i tanti che contribuiscono alle evidenze scientifiche sugli effetti a lungo termine dell’esposizione a livelli sub-termici delle radiofrequenze.

Gli sviluppi delle conoscenze in questo ambito sono attivamente monitorati in Europa e nel resto del mondo attraverso specifici programmi di revisione, sintesi e divulgazione quali il Progetto EFHRAN (European Health Risk Assessment Network on EMF: http://efhran.polimi.it/), o il Progetto internazionale campi elettromagnetici dell’Organizzazione mondiale della sanità (http://www.who.int/peh-emf/en/).

Nessuna agenzia nazionale o internazionale ha finora stabilito che vi sia per le RF sufficiente o anche limitata evidenza di cancerogenicità nell’uomo e/o negli animali da esperimento, né ha classificato le RF come cancerogeni certi, probabili o possibili.

Non sembra che la Corte sia stata informata delle numerose revisioni sistematiche delle evidenze scientifiche sui possibili effetti biologici e sanitari dell’esposizione a campi RF effettuate negli ultimi anni da comitati internazionali di esperti che, all’unanimità, concordano nel ritenere che non vi sia al momento adeguato supporto all’ipotesi che le RF abbiano effetti cancerogeni16 e di cui segnaliamo a titolo esemplificativo solo le quattro più recenti pubblicate nel 2009.17-20

Per quanto concerne la tesi del professor Levis, accolta dalla Corte d’Appello di Brescia nella sentenza 614/2009, che i risultati dello studio Interphone siano inattendibili a causa di distorsioni legate a conflitti d’interessi, riteniamo che si tratti di un’accusa tanto grave quanto infondata.

Come riportato nel comunicato stampa della IARC n. 200 del 17 maggio 2010 (http://www.iarc.fr/en/media-centre/pr/2010/pdfs/pr200_E.pdf), lo studio Interphone è costato 19,2 milioni di Euro, 5,5 milioni dei quali di fonte industriale (meno del 30%).

Di questi 5,5 milioni di Euro:

- 3,5 milioni sono stati forniti dal Mobile Manufacturers' Forum (MMF) e dall’Associazione internazionale dell’industria della telefonia mobile (GSMA), ma questi fondi sono stati gestiti dall’Unione internazionale contro il cancro (UICC) e la IARC li ha ricevuti stipulando un contratto che prevedeva specifiche clausole a garanzia della totale indipendenza degli scienziati, descritte in dettaglio nella scheda presente da molti anni in rete (http://www.iarc.fr/en/research-groups/RAD/RCAd.html);

- 1,5 milioni di euro circa sono arrivati indirettamente ai centri locali attraverso tasse e sovvenzioni raccolte da agenzie governative;

- solo 0,5 milioni di euro (2,5% del totale dei costi dello studio) sono stati forniti direttamente dall’industria ai centri locali di Canada e Francia ma, anche in questo caso, attraverso contratti che preservavano la totale indipendenza dei ricercatori.

Come membri del gruppo di ricerca internazionale Interphone possiamo affermare con cognizione di causa che, in accordo con quanto esplicitamente previsto dai contratti, tutte le decisioni relative allo studio (disegno, realizzazione, analisi statistiche, interpretazione e pubblicazione dei risultati) sono state prese esclusivamente dai ricercatori coinvolti e che i finanziatori, pubblici e privati, non hanno avuto accesso a nessun risultato prima della pubblicazione.

D’altra parte, la ricerca scientifica (e gli studi epidemiologici di grandi dimensioni in particolar modo) è estremamente costosa. Ci sembra ragionevole che chi trae profitto da una determinata tecnologia debba contribuire in qualche misura agli studi scientifici volti a valutarne la sicurezza d’uso per i consumatori. Non è affatto impossibile conciliare sovvenzioni di fonte industriale e indipendenza scientifica, purché si adottino opportuni meccanismi di filtro per garantire che la conduzione degli studi non sia influenzata dalla fonte di finanziamento. Meccanismi di questo tipo sono stati previsti e hanno funzionato nello studio Interphone.

Senza mettere in discussione la necessità di trasparenza rispetto a potenziali conflitti d’interesse, è importante chiarire che le associazioni tra fonte di finanziamento e tipo di risultati (presenza o assenza di associazioni esposizione-malattia) non informano di per sé sull’affidabilità dei risultati stessi; è stato anzi osservato che gli studi con fonti miste di finanziamento risultavano superiori dal punto di vista qualitativo agli studi finanziati solo da fonti industriali o solo da fonti pubbliche.21

Detto ciò, ci permettiamo di suggerire che il dibattito che varrebbe davvero la pena di avviare, prendendo spunto dal discutibile supporto scientifico alle conclusioni della sentenza della Corte d’appello di Brescia e dall’enormità delle conseguenze che questa potrebbe avere, riguarda l’uso delle evidenze scientifiche (epidemiologiche, tossicologiche e dosimetriche) negli accertamenti di nessi di causalità a livello individuale in ambito giudiziario e il ruolo-chiave delle testimonianze di esperti in questo tipo di procedimenti. In molti Paesi (non nel nostro) è richiesta una verifica preliminare dell’effettiva competenza degli esperti sul tema in discussione e dell’attendibilità delle testimonianze prodotte. In Gran Bretagna, il General Medical Council ha diffuso nel luglio del 2008 un documento ufficiale che riassume gli obblighi spettanti ai professionisti chiamati a testimoniare in tribunale e, per la prima volta, introduce sanzioni in caso di reiterata mancata osservanza delle linee-guida.22 Anche molte associazioni professionali nord-americane hanno prodotto raccomandazioni ufficiali finalizzate a migliorare la qualità delle testimonianze di esperti nei procedimenti legali, civili e penali.23-24

Da queste esperienze potrebbe partire il dibattito che auspichiamo e al quale la comunità degli epidemiologi italiani potrebbe dare un contributo fondamentale.

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Bibliografia

1.Levis AG. Un tribunale riconosce il nesso tra uso di telefoni mobile e l’insorgenza di una patologia tumorale. E’ la prima volta. Epidemiol Prev 2010; 34(1-2): 52.

2.Terracini B. In questo numero. Epidemiol Prev 2010; 34(1-2): 2.

3.Cardis E, Richardson L, Deltour I et al. The INTERPHONE study: design, epidemiological methods, and description of the study population. Eur J Epidemiol 2007; 22 (9): 647-664.

4.Vrijheid M, Cardis E, Armstrong BK et al. Validation of short-term recall of mobile phone use for the Interphone Study. Occup Environ Med 2006; 63: 237-243.

5.Cardis E, Deltour I, Mann S et al. Distribution of RF energy emitted by mobile phones in anatomical structures of the brain. Phys Med Bio 2008; 53(11): 2771-2783.

6.Vrijheid M, Armstrong BK, Bedard D et al. Recall bias in the assessment of exposure to mobile phones. J Expo Sci Environ Epidemiol 2009; 19 (4): 369-381.

7.Vrijheid M, Richardson L, Armstrong BK et al. Quantifying the impact of selection bias caused by non-participation in a case-control study of mobile phone use. Ann Epidemiol 2009; 19: 33-42.

8.Vrijheid M, Mann S, Vecchia P et al. Determinants of mobile phone output power in a multinational study – implications for exposure assessment. Occup Environ Med 2009; 66: 664-671.

9.Wake K, Varsier N, Watanabe S, Taki M, Wiart J, Mann S, Deltour I, Cardis E. The estimation of 3D SAR distributions in the human head from mobile phone compliance testing data for epidemiological studies. Phys Med Biol 2009; 54(19): 5695-5706. Epub 2009 Sep 1.

10.The Interphone Study Group. Brain tumour risk in relation to mobile telephone use: results of the INTERPHONE international case-control study. Int J Epidemiol 2010: Advance Access published May 17, 2010; doi:10.1093/ije/dyq079.

11.Schoemaker MJ, Swerdlow AJ, Ahlbom A et al. Mobile phone use and risk of acoustic neuroma: results of the Interphone case-control study in five North European countries. Br J Cancer 2005; 93(7): 842-848.

12.Lahkola A, Auvinen A, Raitanen J et al. Mobile phone use and risk of glioma in 5 North European countries. Int J Cancer 2007; 120(8): 1769-1775.

13.Lahkola A, Salminen T, Raitanen J et al. Meningioma and mobile phone use—a collaborative case-control study in five North European countries. Int J Epidemiol 2008; 37(6): 1304-1313.

14.Hartikka H, Heinävaara S, Mäntylä R, Kähärä V, Kurttio P, Auvinen A. Mobile phone use and location of glioma: a case-case analysis. Bioelectromagnetics 2009; 30(3): 176-182.

15.Takebayashi T, Varsier N, Kikuchi Y, Wake K, Taki M, Watanabe S, Akiba S and Yamaguchi N. Mobile phone use, exposure to radiofrequency electromagnetic field, and brain tumour: a case-control study. Br J Cancer 2008; 98: 652-659.

16.Institute of Electric and Electronic Engineers (IEEE) – Committee on Man and Radiation (COMAR). COMAR technical information statement: expert reviews on potential health effects of radiofrequency electromagnetic fields and comment on the Bioinitiative Report. Health Phys 2009; 97(4): 348-356.

17.Scientific Committee on Emerging and Newly Identified Health Risks (SCENIHR). Health Effects of Exposure to EMF. Opinion adopted at the 28th plenary on 19 January 2009. European Commission – Directorate General Health & Consumers. http://ec.europa.eu/health/ph_risk/committees/04_scenihr/docs/scenihr_o_...

18.Agence Française de Sécurité Sanitaire Environnementale (AFSSET). Les radiofréquences. Mise à jour de l’expertise relative aux radiofréquences. Rapport d’expertise collective. Paris (France): AFSSET, Saisine n°2007/007, Octobre 2009, pp. 1-467 (http://www.afsset.fr).

19.SSM:s Independent Expert Group on Electromagnetic Fields. Recent Research on EMF and Health Risks. Sixth annual report from SSM:s independent Expert Group on Electromagnetic Fields 2009. Stockholm: Swedish Radiation Safety Authority, Report number: 2009: 36 (www.stralsakerhetsmyndigheten.se ).

20.Habash RWY, Elwood JM, Krewski D, Lotz WG, McNamee JP, Prato FS. Recent advances in research on radiofrequency fields and health 2004-2007. J Toxicol Environ Health, Part B 2009; 12: 250-288.

21.Huss A, Egger M, Hug K, et al. Source of funding and results of studies of health effects of mobile phone use: systematic review of experimental studies. Environ Health Perspect 2007; 115:1–4.

22.General Medical Council (GMC). Acting as an expert witness – guidance for doctors. http://www.gmc-uk.org/guidance/ethical_guidance/expert_witness_guidance.asp

23.American Academy of Pediatrics (AAP) - Committee on Medical Liability and Risk Management. Policy Statement - Expert Witness Participation in Civil and Criminal Proceedings. Pediatrics 2009; 124: 428-438. DOI: 10.1542/peds.2009-1132 (http://www.pediatrics.org/cgi/content/full/124/1/428).

24.Sinclair DC. Epidemiology in the courtroom: an evidence-based paradigm for the determination of causation in compensation environments. J Occup Environ Med 2010; 52(4): 456-461.

Commenti

Prof. A. G. Levis: Replica al articolo di Lagorio e Vecchia

Difetti e pregi (a lungo nascosti) dello studio Interphone
Angelo Gino Levis
Già Ordinario di Mutagenesi Ambientale, Dip. Scienze Biomediche, Università di Padova; CTS/ ISDE-Italia

La sentenza di Brescia

Sono grato a Epidemiologia & Prevenzione per aver avviato online (E&P di Mezzo) il dibattito su un tema, quello della relazione tra uso di telefoni mobili (TM: cellulari e cordless) e rischio di tumori alla testa, oggi di grande attualità. Lo spunto è nato dalla lettera1 con la quale ho dato notizia della sentenza della Corte d’Appello di Brescia che ha riconosciuto come “evidentemente integrato il requisito di alta probabilità che integra il nesso causale richiesto dalla normativa” tra uso intenso e prolungato di TM e incidenza di un neurinoma ipsilaterale del nervo trigemino, ed ha condannato l’INAIL “ a corrispondere all’appellante la rendita per malattia professionale prevista per l’invalidità all’80%, con arretrati ed interessi di legge” . In questa causa, come chiaramente riportato nella mia lettera, ho svolto la funzione di perito di parte – assieme al Prof. B. Saia, Ordinario di Medicina del Lavoro a PD e al Dott. G. Grasso, già Direttore della Clinica Neurologica dell’Univ. di BS – coi quali ho condiviso le conclusioni sul caso in questione. Conclusioni che sono state poi condivise anche dal Perito nominato dal Tribunale – Dott. O. di Stefano, Primario di Medicina Interna presso l’Az. Ospedaliera di BS – e dai 3 membri del Collegio Giudicante. Pertanto il “discutibile supporto alle conclusioni della sentenza…. e l’enormità delle conseguenze che questa potrebbe avere”, anche ammesso che il mio supporto sia discutibile – e non lo è, come si vedrà da quanto segue – e che le conseguenze di tale supporto siano negative – e non lo sono, come si sosterrà nelle conclusioni – non vanno certo imputati solo a me, come si potrebbe pensare sulla base di quanto vogliono far credere Lagorio e Vecchia nel loro intervento2. Essi inoltre attribuiscono alle mie tesi il giudizio della Corte secondo la quale “i risultati dello studio Interphone sarebbero inattendibili a causa di distorsioni legate a conflitti di interesse”, e sostengono che “si tratta di un’accusa tanto grave quanto infondata”, facendo credere che la decisione della Corte si sia basata esclusivamente sulla disamina della natura dei finanziamenti degli studi documentati. Se Lagorio e Vecchia avessero letto la sentenza, avrebbero constatato che il mio nome non viene mai citato e che – accogliendo le tesi esposte dal C.T.U. Dott. di Stefano – la Corte ha tenuto conto in primis delle sostanziali differenze metodologiche e di risultati tra i lavori di Hardell e quelli dell’Interphone, attribuendo ai dati di Hardell una rilevanza determinante ai fini del giudizio.

I difetti del Progetto Interphone

Il problema – com’è ovvio e come la Corte ha ben recepito – non è solo la natura dei finanziamenti ma, soprattutto, la qualità dei lavori ai quali fare riferimento. Invece Lagorio e Vecchia si dilungano nel difendere il Progetto Interphone – varato nel 2000 dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), finanziato (70%) dall’Unione Europea (UE) e dall’Unione Internazionale contro il Cancro (UICC) e co-finanziato (30%) dalle Compagnie di telefonia mobile2 – dall’accusa di condizionamenti a causa di tale co-finanziamento, e si limitano ad accennare al fatto che nell’ambito del Progetto Interphone sono stati realizzati anche “numerosi studi di validazione finalizzati a valutare la presenza di sorgenti di distorsione e a stimarne l’impatto sui risultati”, senza però precisare la vera entità di tale impatto. Di fatto alcuni di questi lavori3-6 – tutti firmati anche da Lagorio e uno anche da Vecchia4 – segnalano sì distorsioni (“recall errors” e “selection biases”) che “riducono la capacità dello studio Interphone di evidenziare un aumento del rischio di tumori cerebrali, del nervo acustico e della parotide con l’aumento dell’uso di telefoni mobili, ammesso che questo esista”3 , ma quantificano la riduzione del rischio a “non più del 10% circa6”. Invece, analizzando i singoli lavori Interphone si può verificare come il solo bias di selezione – non essendo il protocollo “in cieco” i soggetti esposti, informati della finalità dello studio, sono invogliati a partecipare, mentre i soggetti non esposti non sono particolarmente interessati – dà luogo ad una riduzione della stima del rischio che può arrivare a più del 20%7-9 , a più del 30%10,11 e, in uno studio precedente l’Interphone12 , comunque incluso nelle meta-analisi dell’Interphone13 e della Commissione Internazjionale per la Protezione dalle Radiazioni Non Ionizzanti (ICNIRP)14 – quest’ultima firmata anche da tre tra i più autorevoli ricercatori dell’Interphone: A. Ahlbom, M. Feychting e A. J. Swerdlow – a quasi il 60%.
Ma non sono queste le sole “distorsioni” che contribuiscono a dare luogo, negli studi Interphone, ad una sostanziale e sistematica “diluizione” del rischio: nel nostro intervento su E&P online15 abbiamo elencato i requisiti metodologici essenziali che le ricerche sull’argomento dovrebbero avere e che sono invece disattesi dall’Interphone. Tra questi i più rilevanti sono i seguenti:
• in accordo con quanto previsto dal protocollo Interphone gli utilizzatori di cordless sono inclusi erroneamente tra i non esposti — Hardell16,17 li comprende tra gli esposti e documenta, anche negli utilizzatori di soli cordless, incrementi statisticamente significativi (s.s.) e consistenti (+100%) del rischio di tumori cerebrali benigni e maligni;
• l’esposizione ai soli cellulari è generica e comunque molto limitata visto che il protocollo Interphone la quantifica in “almeno una telefonata alla settimana per almeno sei mesi”: nel lavoro conclusivo dell’Interphone sui tumori cerebrali18 l’esposizione media cumulativa è di soli 4-5 minuti/giorno, spesso per pochi anni (anche < 5) – nei lavori di Hardell è di 8-30 min /g per almeno 10-15 anni;
• i 17 lavori dell’Interphone19 comprendono solo 414 casi esposti da almeno 10 anni, che è il tempo di latenza minimo per lo sviluppo e la diagnosi di almeno una parte dei tumori esaminati – il solo Hardell ne documenta 834;
• tra i casi dell’Interphone con almeno 10 anni di esposizione e/o di latenza, solo 180 sono quelli con tumori ipsilaterali (solo il lato abitualmente usato per telefonare è significativamente irradiato durante l’uso dei TM) – il solo Hardell ne documenta 148, alcuni con latenze di più di 15 anni;
• su 1084 valori di rischio (OR) presenti nei 17 lavori dell’Interphone19 ben 829 (76%) sono inferiori a 1 e, di questi, 105 (13%) sono s.s. (limite superiore dell’IC95% inferiore a 1), come se l’uso dei cellulari garantisse una protezione dal rischio di tumori alla testa, tesi che neppure gli Autori sostengono perché priva di plausibilità biologica – nei 7 studi caso-controllo più recenti di Hardell 1386 valori di OR (92%) sono maggiori di 1 e 565 di questi (41%) sono s.s. (limite inferiore dell’IC95% maggiore di 1), segno evidente di un incremento del rischio;
• in alcuni lavori dell’Interphone7,10,20 i valori di OR addirittura diminuiscono con l’aumentare del tempo di esposizione – nei lavori di Hardell c’è un “trend” s.s. nell’aumento degli OR sia in funzione del tempo di utilizzo dei TM che dell’uso combinato di cellulari analogici, digitali, e di cordless, indicativo di un rapporto causa-effetto.

I parametri essenziali per la valutazione del rischio e i dati positivi dell’Interphone

Non basta dunque il numero totale di soggetti esaminati per garantire la validità di uno studio, come fanno credere Lagorio e Vecchia, bensì è fondamentale il numero di soggetti con le caratteristiche indispensabili – latenza compatibile con i tempi minimi di sviluppo dei tumori esaminati; identificazione dei tumori nelle sedi effettivamente irradiate; inclusione di tutti i soggetti esposti, quindi anche utilizzatori di cordless, minori di età e abitanti in zone rurali– perché l’eventuale effetto oncogeno dei TM possa essere identificato. In effetti, nonostante le carenze complessive dei risultati dell’Interphone – delle quali né i suoi Autori né Lagorio e Vecchia, che pure hanno partecipato al Progetto, tengono conto quando ne propagandano l’esito rassicurante – i pochi lavori dell’Interphone che rispettano i requisiti essenziali sopra indicati evidenziano con chiarezza un aumento rilevante e s.s. di gliomi (fino a più del 40%)21,22 , di neuromi (fino al 200%)23,24 e di tumori parotidei (fino all’80%)25 . Inoltre, anche quando l’aumento del rischio di tumori ipsilaterali nei soggetti con latenza maggiore di 10 anni è rilevante ma non s.s.9,11,20,26 , i valori di OR risultano fortemente ridotti passando dai soli tumori ipsilaterali a quelli totali, e ancor più ai soli controlaterali. Il che, tenuto conto della sistematica “diluizione” del rischio che si verifica quando la rilevazione dei tumori, anziché essere limitata all’unica area realmente irradiata (quella ipsilaterale), viene estesa all’intera massa cerebrale o viene effettuata sulla sola area contro laterale, rappresenta una ulteriore prova a favore di un probabile rischio oncogeno dovuto all’uso prolungato di telefoni cellulari.

La plausibilità biologica dell’effetto oncogeno dei TM e la correlazione tra natura dei finanziamenti e qualità dei risultati

Per quanto riguarda le prove a favore della correlazione tra uso dei TM e aumentato rischio di tumori alla testa fornite da Hardell mediante studi caso-controllo, analisi “pooled” dei suoi soli dati e meta-analisi comprendenti anche i dati “significativi” dell’Interphone, rimando al nostro articolo su E&P di Mezzo15 e sottolineo che tale correlazione ha una plausibilità biologica fondata su una massa cospicua di dati significativi pubblicati da ricercatori autorevoli e “indipendenti”. In proposito mi limito a citare gli articoli più recenti pubblicati sul Vol. 16 della rivista Pathophysiology, pp.67-250, 2009 (Special Issue: “Electromagnetic Fields”) e quelli della monumentale Monografia dell’Ist. Ramazzini a cura di L.Giuliani e M. Soffritti, pubblicata sull’Eur J Oncol – Library 2010; 5:1-403 (“Non-Thermal Effects And Mechanism Of Action Between Electromagnetic Fields And Living Matter”). E’ vero che esiste una massa altrettanto consistente di risultati negativi circa la capacità delle radiazioni emesse dai cellulari di produrre effetti biologici e sanitari a breve e a lungo termine su vari sistemi sperimentali in vitro e in vivo e anche sull’uomo. Ma è anche vero che proprio il lavoro citato da Lagorio e Vecchia27 – “in cieco” e con analisi statistiche molto precise – ha mostrato una associazione s.s. tra fonte di finanziamento e tipo di risultati – presenza o assenza di effetti dei cellulari, dannosi per la salute. Infatti gli Autori trovano che, ponendo = 1 la probabilità di un risultato positivo (effetto nocivo dei cellulari) nei lavori finanziati da Enti Pubblici, la probabilità di un risultato positivo nei lavori finanziati dalle industrie risulta ridotta del 90% (OR=0,11; IC95%=0,02-0,78), mentre quella per i lavori con fonti di finanziamento miste si colloca in una posizione intermedia (OR=0,56; IC95%= 0,07-3,80) – contrariamente a quanto sostenuto da Lagorio e Vecchia i quali affermano, con riferimento a questo stesso articolo, che “gli studi con fonti miste di finanziamento (com’è l’Interphone, n.d.a.) risultano superiori dal punto di vista qualitativo agli studi finanziati solo da fonti industriali o solo da fonti pubbliche “, e anche i lavori che non citano alcuna fonte di finanziamento – cosa purtroppo sempre più frequente, dovuta alla discutibile permissività di troppi Editori – sembrano risentire di un certo condizionamento (OR=0,76; IC95%=0,12-4,70).

A chi giovano i difetti dell’Interphone e l’interpretazione tranquillizzante dei suoi risultati da parte anche di importanti Agenzie Internazionali

I difetti metodologici dell’Interphone vengono ignorati o comunque sottovalutati dai suoi Autori e dalle Organizzazioni Internazionali che li sostengono - IARC, ICNIRP, UE, OMS, Comitato Scientifico sui Rischi Sanitari Emergenti e Recentemente Identificati (SCENIHR) che fa capo alla Commissione Europea, per citare solo quelle fra loro più strettamente legate su questo argomento. E questo si verifica nonostante i dati di Hardell – positivi in termini di rischio – ottenuti con protocollo in doppio cieco e metodologie scientificamente rigorose, prive di errori e di condizionamenti, dati confermati anche dalle meta-analisi condotte da altri Autori28-31. Ovviamente il supporto interpretativo fornito dall’Interphone e dai suoi sostenitori offre obiettivamente, a prescindere dalle garanzie di indipendenza sottolineate da Lagorio e Vecchia, un sostanziale vantaggio alle Compagnie di telefonia mobile che co-finanziano tale Progetto, perché tendono a ritardare gli interventi cautelativi ormai indilazionabili almeno per la popolazione più esposta e facilmente attuabili – misure di autotutela mediante limitazione dell’uso dei TM e altri semplici accorgimenti nel loro utilizzo – che però hanno il “difetto” di ridurre gli utili delle Compagnie di telefonia mobile. Queste Compagnie che cofinanziano l’Interphone nel suo complesso – è bene ricordarle non solo con delle sigle – sono il Mobile Manufacturers Forum – ente che accorpa le 12 principali imprese di telefonia mobile attive a livello mondiale – e la GSM Association – che assembla più di 300 industrie interessate a livello mondiale alla diffusione della telefonia mobile e dei servizi wireless – nonchè varie Compagnie telefoniche attive a livello nazionale ed altri Enti Privati che cofinanziano singoli gruppi dell’Interphone5, 8, 24, 32-35 , compreso il lavoro conclusivo sui tumori cerebrali18.

La responsabilità dell’informazione sui rischi provocati dai CEM

Con riferimento a quanto sottolineato già nel 1965 da Bradford Hill36 a proposito della responsabilità sociale degli scienziati il cui lavoro coinvolge la salute pubblica – allora con riferimento alle controversie sulla nocività del fumo di tabacco ma, secondo alcuni autorevoli scienziati37-39 , sarebbe possibile già oggi un parallelo con la nocività dell’uso dei telefoni cellulari – mi sento assolutamente tranquillo nel sostenere le posizioni sopra esposte, anche in sede processuale, innanzitutto perché queste sono condivise – oltre che da Hardell e collaboratori16,17,40-44 – da altri autorevoli scienziati indipendenti28-31,45-49 . Per di più ho anche un’esperienza personale, documentata da quasi 50 anni di lavoro scientifico, sui rischi per la salute umana provocati da agenti chimici e fisici, compresi i campi elettromagnetici (CEM), e ho sempre pensato che il mio compito fosse di far conoscere tali rischi per ridurne l’impatto, e per fornire un aiuto a chi ne paga le conseguenze. Così facendo mi sono scontrato spesso con conflitti di interesse anche molto rilevanti ed ho potuto verificare che, a causa della loro influenza, si verifica “la puntuale e sistematica produzione di risultati, sia sperimentali che epidemiologici che hanno il solo ruolo di alzare il rumore di fondo, aumentare la confusione e rendere in tal modo più ardua una corretta valutazione del rischio”50 e che “il modo migliore per impedire, o almeno ritardare una decisione in tema di sanità pubblica è quello…. di iniettare dubbi sulla validità di dati scomodamente positivi”51 . Questo è esattamente il quadro che oggi si presenta per quanto riguarda la valutazione del rischio correlato all’uso dei TM e, più in generale, alle esposizioni residenziali ed occupazionali a CEM, dato che la “confusione”, determinata dalla produzione e dalla interpretazione di dati sperimentali ed epidemiologici discutibili sul piano scientifico, è alimentata dal supporto che a tale interpretazione viene fornito dall’incredibile intreccio di compartecipazioni di alcuni Autori nelle Agenzie che si occupano di questo tema. Per fare solo un esempio, A. Ahlbom, autorevole rappresentante del “team” Interphone – varato e sotto controllo della IARC e della UE – svolge anche un ruolo di rilievo nell’ICNIRP, nello SCENIHR, nello SSI (Independent Expert Group on Electromagnetic Fields, che fa capo all’Autorità Svedese per la Protezione dalle Radiazioni) e nel Progetto CEM dell’OMS.

Qualcosa si muove… anche nel Interphone

Il lavoro conclusivo dell’Interphone sui tumori cerebrali18 è stato pubblicato – grazie alla pressione esercitata dal Direttore della IARC – con quasi 5 anni di ritardo rispetto al previsto, a causa dei contrasti tra i suoi componenti sull’interpretazione dei risultati. Questo lavoro era accompagnato da un “commentary” di Saracci e Samet52 dal titolo molto significativo – “Chiamami sul mio telefono mobile… o è meglio di no?” – che segnalava i più importanti “biases” che gravano sulle conclusioni dello studio Interphone, in particolare:
• la durata troppo limitata dell'esposizione o del tempo di latenza (< 5% dei casi di meningioma e < 9% dei casi di glioma hanno > 10 anni di latenza dall'inizio dell’uso dei TM);
• la sistematica riduzione del rischio (mediamente dell'ordine del 30%) che ha una minima probabilità di essere dovuta al caso;
• l'utilizzo giornaliero troppo limitato dei cellulari anche nella categoria a più alta esposizione, rispetto all'uso intensivo che ne viene fatto oggi;
• il fatto che il rischio di tumori e anche di malattie neurodegenerative risulta ridotto persino in alcuni studi di coorte che fanno capo ad Autori dell’Interphone50, 51 – nei quali i biases di partecipazione e i "recall biases" non trovano posto15 – come se gli utilizzatori di cellulari costituissero un sottogruppo della popolazione particolarmente in salute, capace di manifestare un effetto benefico legato all'uso dei cellulari.
Queste osservazioni spiegherebbero perché i dati ottenuti finiscono per oscurare il possibile rischio suggerito dall'aumento quasi sistematico dei valori di OR (1,45 per i meningiomi, e 1,96 per i gliomi) quando invece il tumore viene riferito al lato abituale d'uso dei cellulari negli esposti da almeno 10 anni. Come abbiamo già segnalato15, altri Autori31 hanno hanno spiegato allo stesso modo le sostanziali differenze tra le meta-analisi da essi effettuate su 10 “high-quality studies” (7 di Hardell, solo 1 dell’Interphone, 2 di altri Autori) – che mostrano una correlazione positiva tra uso dei TM e aumento s.s. del rischio di tumori alla testa – e le meta-analisi di 14 “low-quality studies” (12 dell’Interphone, 2 di altri Autori, nessuno di Hardell) – che invece mostrano una correlazione negativa, cioè un effetto apparentemente protettivo del’uso dei TM nei confronti di tale rischio. I principali elementi utilizzati per la valutazione della “qualità dei lavori”, sono infatti i seguenti:
1) protocollo "in cieco" o "non in cieco";
2) assenza o presenza di “biases” di partecipazione e di selezione dei casi e dei controlli;
3) esposizione congrua o incongrua ai fini di un possibile effetto oncogeno;
4) tempo di esposizione o di latenza sufficiente o insufficiente in rapporto ai tempi di sviluppo e alle possibilità di diagnosi dei tumori esaminati;
5) analisi o mancata analisi della lateralità dei tumori;
6) finanziamenti pubblici o da compagnie telefoniche.
La conclusione di questi Autori è che “si debbono citare le fonti di finanziamento degli studi presi in esame perché è possibile che queste abbiano influenzato i rispettivi protocolli metodologici ed i risultati”.
Recentemente anche alcuni ricercatori dell’Interphone hanno manifestato il loro disaccordo con l’interpretazione sostanzialmente tranquillizzante dei risultati di questo progetto18, 19. Interpretazione subito avvallata, oltre che dalla IARC53, dalle più importanti Organizzazioni Internazionali e Nazionali deputate alla tutela della salute – OMS54, ICNIRP55, Unione Internazionale Contro il Cancro (UICC)56 , Food and Drug Administration (FDA)57 , National Cancer Institute (NCI)58 , Health Protection Agency (HPA)59 , Medical Bulletin, a firma di M. Feychting e A. Ahlbom60 , Ist. Karolinska di Stoccolma61 , e, in Italia, Istituto Superiore di Sanità (ISS)62 , anche tramite i ricercatori del “team” Interphone: S. Lagorio (responsabile scientifico del “team”)63 e P. Vecchia (anche Presidente dell’ICNIRP)64 – per non parlare dei comunicati ovviamente trionfali delle Compagnie di telefonia mobile. Infatti, già nel Settembre 2009 la Dott.ssa Siegal Sadetzki, responsabile del “team” israeliano dell’Interphone e autrice di uno studio caso-controllo sull’incidenza di tumori parotidei negli utilizzatori di cellulari25 – firmato anche dalla Dott.ssa Elisabeth Cardis, già coordinatrice dell’Interphone – ha documentato i suoi risultati al Senato degli USA. La videoregistrazione e il testo di questa testimonianza sono stati resi disponibili65 subito dopo la pubblicazione del rapporto conclusivo dell’Interphone10. In breve, i dati della Sadetzky documentano aumenti s.s. del rischio di tumori parotidei ipsilaterali, crescenti con l’aumentare dell’esposizione ai cellulari (rapporto causa-effetto):
+ 34% per quanti hanno usato il cellulare ≥ 5 anni;
+ 47% per quanti hanno usato il cellulare ≥5 anni e fatto più di 5.479 telefonate;
+ 49% per quanti hanno telefonato ≥ 266,3 ore;
+ 48 -51% per quanti hanno usato il cellulare ≥ 5 anni e per più di 266,3 ore; per gli utilizzatori regolari che hanno effettuato 5.479-18.996 o ≥ 18.997 telefonate, oppure che hanno usato il cellulare ≥ 1.035 ore;
+ 81% per quanti hanno fatto ≥ 18.997 telefonate in aree rurali;
+ 96% per quanti hanno telefonato ≥ 1.035 ore in aree rurali;
+ 142% per quanti hanno usato il cellulare ≥ 5479 ore su entrambi i lati della testa.
Infine, poche settimane fa, è apparso un editoriale di Elisabeth Cardis e di Siegal Sadetzki, anche questo dal titolo molto significativo – “Indizi di possibile rischio di tumori alla testa negli studi sui telefoni mobili: dobbiamo essere preoccupati?” –che commenta in maniera corretta alcuni dei più importanti lavori di Hardell16,17,40 segnalando come questi evidenzino un aumento del rischio di tumori cerebrali ipsilaterali tra quanti hanno utilizzato i TM per periodi relativamente lunghi. Inoltre le due Autrici da un lato riconoscono la presenza, nei lavori dell’Interphone, di alcuni “biases” che determinano una sostanziale sottostima dei valori di rischio, con una prevalenza del numero di OR < 1, in particolare:
• l’uso cumulativo relativamente scarso dei cellulari (2-2,5 ore/mese, pari a 4-5 min/giorno);
• la latenza insufficiente dall’inizio dell’uso del cellulare perché i tumori in esame possano essere diagnosticati;
• la mancata individuazione dei tumori ipsilaterali e, quindi, la “diluizione” del rischio che si verifica con la rilevazione dei tumori localizzati su tutta la massa cerebrale quando, invece, il 97-99% della radiazione emessa dai cellulari è ristretta solo al lato temporale sul quale abitualmente questi vengono usati;
• il rifiuto di un numero consistente di soggetti selezionati, in particolare di controlli non esposti, a partecipare allo studio (“selection bias”, v. sopra),
e, per contro, segnalano la presenza nel lavoro conclusivo dell’Interphone18 di un rilevante aumento del rischio di tumori cerebrali ipsilaterali in soggetti con tempi di latenza o di utilizzo dei cellulari sufficientemente lunghi, tanto maggiore quanto più si prolunga l’esposizione, quindi con un chiaro rapporto causa-effetto. E concludono sostenendo che tali dati “non sono giustificabili sulla base di recall biases”, ma invece “suggeriscono l’esistenza di una possibile associazione tra l’uso dei cellulari e l’aumento del rischio di tumori cerebrali” (n.b: nemmeno Cardis e Sadetzki considerano però il “bias di attribuzione” degli esposti a cordless, che vengono erroneamente inclusi tra i non esposti, contribuendo così ad una ulteriore diluizione delle stime di rischio).
La conclusione di questo editoriale ricalca quanto sostengo da anni, sulla scia di alcuni autorevoli scienziati. Infatti le Autrici dell’editoriale affermano che “ci sono oggi più di 4 miliardi di persone, inclusi i bambini, che usano i TM. Anche un rischio modesto a livello individuale potrebbe dare luogo a un numero considerevole di tumori e diventare un fattore di rischio importante per la salute pubblica. Misure semplici e a basso costo possono ridurre sostanzialmente l’esposizione del cervello alle radiazioni emesse dai TM. Finchè non saranno disponibili risposte scientifiche definitive, l’adozione di tali misure precauzionali, soprattutto da parte dei più giovani, è senz’altro opportuna”. E’ una conclusione ancora interlocutoria, ma è comunque un grosso passo avanti rispetto alle tesi di Lagorio e Vecchia.

Conclusioni

Come riportato da molti studiosi in altri specifici campi 67-73, anche molti studi sui CEM sembrano evidenziare importanti sottostime del reale rischio di malattia conseguenti alla non corretta applicazione della buona pratica epidemiologica o allo scostamento dai principi di sanità pubblica. Queste sottostime potrebbero essere dettate anche dal “business bias”, ovvero dalla volontà di mantenere particolari interessi economici e di carriera. Altri, dunque, in particolare quanti operano nelle strutture che hanno il compito istituzionale di proteggere la salute della popolazione – com’è il caso in Italia di quanti ricoprono ruoli rilevanti all’interno dell’Istituto Superiore di Sanità – dovrebbero preoccuparsi del “discutibile supporto e dell’enormità delle conseguenze che questa loro posizione potrebbe avere” a causa delle loro tesi tranquillizzanti, oggettivamente vantaggiose per chi ha interesse a nascondere i rischi reali per la salute umana provocati dall’uso intenso e prolungato dei telefoni mobili.

“Nel 1936 gli scienziati dicevano che il fumo ucide eppure solo negli anni ’90 è stato bandito. Ora la storia si ripete con i telefoni cellulari”. (Devra Davis)

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Padova, 15 Marzo 2011

Condivido pienamente

Oltre alle dotte considerazioni fatte dal Prof Levis, che so essere studioso - da molti anni - del conflitto di interessi in campo medico sanitario ,

io esprimo dei profondi dubbi metodologici o meglio di impostazione delle specifiche della ricerca:
mi riferisco alla definizione di utilizzatore medio che usa il cellulare per pochi minuti alla settimana !!!
Nel 1998 SICURAMENTE era molto ben chiaro quale sarebbe stato l'evoluzione dello strumento (altrimenti non ci sarebbero stati investimenti della industria per tanti e tanti miliardi di dollari !!!).

esprimo la mia convinzione che si è voluto , in modo DETERMINATO inserire una 'bomba a orologeria' che sarebbe scoppiata quando i risultati - rinviati il più possibile negli anni, come sappiamo, - sarebbero stati pubblici !

Nel frattempo , partiamo con un altro grande sudtio epidemiologico, in modo da guadagare altri 5- 7 anni !

E nel frattempo, oltre ad intossicare ulteriormente milioni di utenti, ... l'industria sta studiando e portando a finalizzazione dei 'cellulari sicuri' , che NON FANNO MALE !!!
provate a fare delle ricerche nelle banche dati di brevetti .. Troverete nuovi tecnologie e dispositivi che partono dalla affermazione che i telefoni attuali fanno male ! e detto da ricercatori delle più importanti e qualificate aziende elettroniche moindiali !

Che fare ?

ridiscutere l'attuazione - molto molto blanda - del Principio di Precauzione che dice che dove c'è il dubbio che si possano verficare danni seri ed irreversibili, la mancanza di una certezza scientifica non puo' essere motivo per rinviare ogni adempimento per prevenire il danno allo ambiente ed agli esseri umani.

Distinti saluti
Dr Giorgio Cinciripini
Membro del Comitato Promotore della
Rete NoElettrosmog Italia

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