Non vogliamo ammalarci quando andiamo a curarci…

La pandemia da Covid-19 ha imposto, tra i tanti problemi drammatici, quello di come evitare la possibile contagiosità di molti ambienti sanitari. Tutti ci ricordiamo quanto successo ad esempio negli ospedali di Codogno e di Alzano Lombardo e possiamo quasi dire che la pandemia in Italia sia praticamente proprio nata o per lo meno cresciuta li!

Ma non solo gli ospedali hanno favorito i contagi, anche gli ambulatori dei medici di base e degli specialisti ed in genere un po’ tutti gli ambienti sanitari hanno rischiato di diventare i luoghi dove si sono consumati molti dei contagi da Covid-19.

Che il problema delle infezioni nosocomiali esistesse lo di sapeva già da tempo ma mai come durante questa epidemia è diventato così drammatico. E’ comprensibile che il luogo dove si concentrano i malati diventi anche il luogo dove i non infetti rischiano di contagiarsi, ma comunque non è più accettabile che chi vi si reca per curarsi ne esca poi più malato di prima!

Ma allora che fare? Le soluzioni del problema ci sono e molte sono state già poste in essere soprattutto negli ospedali. Ad esempio, durante i momenti più acuti della pandemia, tutto ciò che poteva consistere in una via di contagio al Covid-19 è stato isolato dal resto. E le stesse regole continuano ad esserci ed a restar valide ancora ma purtroppo tra i sanitari si sono creati due schieramenti: chi continua a sottolineare il rischio da Covid e chi invece ritiene che tutto sia finito e sia meglio quindi occuparsi “ di questioni più serie”.

E così sembra che in alcune situazioni i pazienti con sospetto Covid-19 non vengano sempre isolati dagli altri malati oppure anche solo che tutti i sospetti, prima di verificarne la positività, siano tenuti assieme negli stessi ambienti, e così chi non era infetto ha molte probabilità ahimè di diventarlo.

Crediamo quindi che innanzitutto i sanitari, medici infermieri tecnici, debbano essere tutelati dal rischio di contagio e non solo per salvaguardia della loro persona ma anche perché rischierebbero di diventare poi essi stessi veicoli di contagio. Vediamo che in tutti i supermarket e in tutti gli uffici chi ha rapporti con il pubblico indossa una mascherina “chirurgica”; cosa stanno usando gli operatori sanitari? Usano le ffp2? Sono appropriati questi mezzi di protezione a loro affidati? O ci vorrebbe dell’altro? E ci sono scorte comunque sufficienti per i prossimi mesi?

E poi occorre verificare l’adeguatezza dell’organizzazione dei Pronto Soccorso ospedalieri: nella lorfo maggior parte, ma forse non in tutti, vengono separati i percorsi diagnostici dei sospetti Covid-19 dai non sospetti, ma il problema nasce spesso dopo quando in attesa del tampone i sospetti vengono sistemati spesso tutti assieme. E nelle degenze ospedaliere, per ricoveri di casi sospetti, si possono tollerare le stanze doppie o ci dovrebbero essere solo stanze singole? E se le strutture non permettono di garantire un giusto distanziamento, anche ad esempio a causa dei sovraffollamenti dei Pronto Soccorso, che precauzioni si possono mettere in atto per evitare che il contagio si diffonda nei reparti?

Un altro problema nasce dai cosiddetti probabili falsi negativi al tampone che hanno però una sospetta diagnosi clinica di patologia da Covid-19: come trattarli, come alloggiarli? Se tra i non infetti rischiano di infettare gli altri, se tra gli infetti rischiano di essere contagiati.

Il rischio di contagiarsi andando in un ospedale produce degli effetti molto pericolosi: da una parte induce alcuni malati, non da Covid-19, ad aver paura a richiedere assistenza e quindi la loro patologia, senza le necessarie cure,  rischia di aggravarsi; dall’altra parte c’è anche chi, pur avendo un’infezione da Covid-19, non sa di esser contagiato e non rivolgendosi ai servizi sanitari, né ospedalieri né territoriali,  non si rende conto della propria situazione e così rimane a vivere nel suo ambiente di vita e di lavoro diffondendo con molta probabilità il contagio.

E’ anche accettabile che i Medici di Medicina Generale abbiano delle resistenze a fare visite sia ambulatoriali che domiciliari dato il rischio di contagio? Ed ai pazienti che si recano negli ambulatori è sufficiente che indossino la mascherina chirurgica? O per proteggersi sarebbe necessario qualcosa in più? E per quanto ancora i malati ricoverati, magari anche in punto di morte, dovranno rinunciare al confort della visita dei loro cari? Ma queste visite che rischi comportano per loro e per gli altri?

In conclusione diamo la sicurezza a chi si rivolge ai servizi sanitari che la sua probabilità di contagiarsi non sia maggiore almeno di quella di chi ad esempio va a far la spesa nei supermarket! Può sembrar poca cosa ma sarebbe già molto! Probabilmente è impossibile garantire il rischio zero ma almeno bisogna cercare di ridurlo ai minimi livelli possibili.

E se i problemi delle strutture e dell’organizzazione dei presidi sanitari è un fattore rilevantissimo per garantire che il coronavirus non si diffonda negli ambienti sanitari, altrettanto importante è la consapevolezza, l’atteggiamento, il comportamento, la conoscenza scientifica di tutti gli operatori sanitari. Troppi di loro, facendo seguito anche a dichiarazioni di facili comunicatori, hanno la convinzione che tutto sia finito e che il virus ha perso la sua virulenza, e magari domani saranno proprio loro invece ad accusare le istituzioni di non aver fatto abbastanza.

Da ultimo sarebbe auspicabile una maggior presenza e chiarezza da parte dei vertici del sistema sanitario che non devono limitarsi a scriver decreti o circolari, ma devono con regolarità occuparsi di comunicare nei modi più efficaci possibili e devono fornire indicazioni chiare valutando anche che chi deve realizzarle lo faccia realmente. E’ il caso di concludere dicendo “Melius abundare quam deficere”, almeno nelle attività di prevenzione!

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