Come sta la sanità?

Se tu fossi Speranza cosa faresti?

Giorni scorsi parlando con un collega della necessità di svecchiare e di rinforzare il nostro sistema sanitario mi sono sentito chiedere “ma se tu fossi Speranza, cosa faresti?”. Lì per lì la mia risposta un po’ scherzosa e un po’ no fu subito questa: “darei le dimissioni” pensando alla difficoltà dell’impresa, alla fatica di compierla per le tante forze che potrebbero opporsi, alla necessità di avere idee chiare e non solo di andare a soddisfare dei desideri per lo più ”consumistici”, cioè più prestazioni con accessi più veloci e con modalità più gradevoli.

Per migliorare il SSN ci vuole discontinuità

Nei giorni scorsi durante un interessante webinar, Fulvio Moirano, già mio direttore in Agenas, affermava che per migliorare il Servizio Sanitario non bastavano degli aggiustamenti, ma serviva discontinuità. Di questi tempi credo sia fondamentale ribadire questo concetto -che io mi ero già trovato ad esprimere varie volte - sia per la presenza di questa grave pandemia sia per le risorse del Recovery Fund messe a disposizione -per lo più come prestito - dall'Unione Europea.

Più risorse e/o più flessibilità per il SSN?

La pandemia da Covid-19 ha evidenziato le numerose carenze del nostro sistema sanitario che peraltro, nonostante questo, non ci fa invidiare quello di nessun altro paese al mondo. Le criticità emerse hanno fondamentalmente due cause: la stretta sui finanziamenti della sanità pubblica attuati per rientrare nei limiti del disavanzo del bilancio dello Stato e l’inerzia a introdurre modifiche del sistema necessarie per le trasformazioni della società.

Un algoritmo per determinare il “colore” delle misure regionali

Algoritmo proposto da Cesare Cislaghi, rivisto da Andrea Messori e Daniela Celin e ridiscusso coi partecipanti al Blog Sanità su Messenger di Facebook. Questa nota è pubblicata in contemporanea nel sito Scienza in Rete

Un sistema per determinare la fascia di disposizione regionali per il contenimento della diffusione dell’epidemia da Covid 19 deve essere un sistema:

La comunicazione in tempo di epidemia

La comunicazione in sanità, come in molti altri settori, è essenziale ma lo è ancora di più nella attuale situazione di epidemia da Covid-19. E’ opportuno descrivere l’agente infettivo, è importante spiegare come ci si contagia e come ci si può proteggere, è essenziale comunicare come l’epidemia si sta diffondendo e quali ne sono le conseguenze.

Un modo per monitorare l’epidemia da Covid-19

Leggendo la cronaca delle epidemie del passato (M. Honigsbaum, Pandemie, Salani, Milano, 2020) ci si accorge che un aspetto totalmente nuovo di quella che stiamo vivendo è la disponibilità immediata di dati e di informazioni. Nell’epidemia della Spagnola del 1918/19 non c’era ancora neppure la radio e quindi le registrazioni degli eventi erano tutte cartacee e trasmesse lentamente per posta e poi elaborate con calcoli a mano. Oggi possiamo sapere molto quasi “in diretta” ed il problema semmai è il cosa più che il come.

Moriremo come nel 1944?

«Quest'anno supereremo il confine dei 700mila decessi complessivi in Italia che è un valore preoccupante». Lo ha detto il presidente dell'Istat, Gian Carlo Blangiardo, sottolineando che «una cosa del genere l'ultima volta, nel nostro Paese, era successa nel 1944. Eravamo nel pieno della seconda guerra mondiale».

Le differenze tra il 1944 e il 2019-2020

Ma è così diversa la seconda ondata?

Una delle opinioni più diffuse, ma non confermate da analisi più approfondite, è che durante la seconda ondata dell’epidemia da Covid-19 si siano contagiate molte più persone che non nella prima anche se i contagi hanno provocato meno complicazioni cliniche e queste sono state meno letali.  Non è facile ovviamente cercare di ricostruire quelle che potrebbero essere state le frequenze da fine febbraio ad oggi, ma questo che qui viene presentato è proprio un tentativo per provare a fare questa complicata e rischiosa operazione.

La durata del contagio con Covid-19

La durata del contagio con Covid-19
Nita di Cesare Cislaghi

Una delle informazioni che spesso lamentiamo di non avere è la durata della malattia da Covid-19 o più precisamente la durata dello stato formale di soggetto contagiato. I dati ufficiali considerano contagiato un soggetto dal giorno in cui un test molecolare (più un secondo di conferma) e sino al giorno in cui altrettanti test non abbiano dato esito negativo. Naturalmente, ahimè, l’end point può purtroppo essere anche il decesso.

Qual è il rischio di incrociare un positivo che non sa di esserlo?

È convinzione condivisa che i soggetti la cui positività al Covid-19 non è a conoscenza ne di loro stessi ne della società sono molti ma non sappiamo quanti siano. I dati di cui oggi disponiamo riguardano i soggetti che vengono conteggiati nella prevalenza dei contagi attivi, cioè che sono attualmente considerati dal sistema sanitario come attivi al virus; questi, domenica 22 novembre, ammontano a 796.849, cioè 1320 ogni 100.000 abitanti.