Ma di che cosa si moriva cent’anni fa?

Siamo ormai soliti confrontare le statistiche sanitarie tra periodi relativamente contigui stupendoci spesso di cambiamenti significativi ma quantitativamente modesti. Siamo peraltro orgogliosi di successi della medicina nei tempi recenti senza renderci sempre conto di quando invece il quadro della salute della popolazione sia cambiato radicalmente. Negli ultimi sessant’anni (dal 1958, anno di istituzione del Ministero della sanità, all’odierno 2018) il quadro della mortalità è certamente cambiato, ma più o meno dei precedenti sessant’anni (dal 1898 al 1958)?

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Io la penso così

Passavo dal vecchio Istituto di Igiene dall’Università di Padova e aspettando di entrare in aula per tenere una lezione che mi avevano chiesto, mi sono permesso di prendere dalla libreria un tomo della Rivista di Igiene e Sanità Pubblica di fine ‘800 sfogliandolo poi proprio nelle pagine che riportavano le statistiche di mortalità del Regno d’Italia relative al 1897 e 1898 e le ho subito scannerizzate con il cellulare; sono queste:

 

Si noti subito che nel ’98 morirono 36.663 persone in più dell’anno precedente e questi divari che oggi ci sembrano tragici allora evidentemente erano nella normalità.

Considerando poi come popolazione quella del censimento 1901 che è stata di 32.476.200 abitanti risulterebbe un tasso di mortalità del 22,5 per mille. Un numero di decessi superiore di quasi centomila rispetto agli attuali 649.061 ma con una popolazione che era la metà dell’odierna che è di 60.483.973 abitanti, corrispondenti ad un tasso grezzo del 10,7 per mille.

In termini numerici la probabilità di morte è via via regolarmente diminuita; nel primo anno di vita era del 118 per mille nel 1898, del 46 per mille nel 1960, e del 3 per mille oggi. A 50 anni le probabilità risultano rispettivamente del 14, del 7 e del 2 per mille, e a 70 anni di età del 68, del 43 e del 18 per mille.

Ma ciò che più è cambiato sono le cause dei decessi. Scorrendo le voci della tabella del 1898 si leggono patologie che oggi fortunatamente non consideriamo più, se non raramente, letali.

 5,4 mila decessi per morbillo, 4,5 mila per scarlattina, 5 mila per difterite.  E ancora 17 mila per tifo, 55 mila per tubercolosi, 138 mila per bronchiti/polmoniti, 112 mila per enteriti e diarree e quattro mila per pellagra!

Le cure mediche e le vaccinazioni hanno sicuramente svolto un ruolo importante ma i decessi per patologie infettive sono diminuiti già da prima che si scoprissero le terapie antibiotiche.  Ciò che è stato determinante è stato invece il miglioramento delle condizioni di vita, sia ambientali, sia alimentari, sia economiche e soprattutto una accresciuta informazione sanitaria che si è accompagnata a un migliore livello di istruzione generale. E nell’Atlante della mortalità per livello di istruzione recentemente pubblicato come supplemento a E&P si è riconfermato quanto questo sia un determinante ancor oggi molto rilevante.

 Che lezione ricavarne?

Forse oggi diamo un’importanza troppo esclusiva alle terapie mediche, sia farmacologiche sia chirurgiche, ma soprattutto sottovalutiamo la necessità di migliorare l’ambiente, gli stili di vita, la disponibilità di risorse economiche, l’istruzione e l’educazione sanitaria.

Fra centoventi anni chi scriverà al mio posto riterrà altrettanto obsolete le cause di decesso oggi più frequenti ed in particolare quelle oncologiche e quelle ischemiche?

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