Eternit, condanna storica

Il 13 febbraio 2012 dal Tribunale di Torino è stata emessa una sentenza che farà storia: Stephan Schmidheiny e Jean Louis de Cartier, dagli anni Sessanta al vertice della multinazionale da cui dipendevano le fabbriche italiane dell’Eternit, accusati di disastro ambientale doloso e omissione dolosa di cautele antinfortunistiche dai pm torinesi Raffaele Guariniello, Sara Panelli e Gianfranco Colace, sono stati dichiarati colpevoli.

Sedici anni di carcere e 95 milioni di risarcimento il conto da pagare per i due magnati dell’amianto.

Anche se probabilmente nessuno dei due varcherà mai la soglia di un carcere, la condanna è il riconoscimento di una delle più coraggiose e tenaci battaglie per la salute, la verità e la giustizia portate avanti in Italia.

Una battaglia grazie alla quale si è dimostrato che per anni si è continuato a produrre nonostante fossero chiari i rischi per la vita di un’intera comunità. E i rischi erano chiari, perché l’epidemiologia ne aveva già dato conto e i proprietari delle aziende non potevano permettersi di non sapere.

Dopo questa sentenza, emessa in una causa penale e non solo civile, sarà più difficile per altri imprenditori trincerarsi dietro le incertezze della scienza per anteporre il profitto alla salvaguardia della salute di lavoratori e cittadini.

Lo sanno bene le delegazioni straniere di operai che si sono ritrovate nell’aula del tribunale di Torino per ascoltare la sentenza letta dal giudice Casalbore e che torneranno nei loro Paesi, dove ancora si utilizza l’amianto, con un’arma in più per chiederne la messa al bando e per chiedere il giusto riconoscimento dei danni.

E&P ha accolto con grande soddisfazione questo verdetto, anche se sa che la battaglia legale non è finita e ancor meno lo è strage di operai e cittadini che l’esposizione all’asbesto porterà con sé ancora per molti anni. Non è finita la ricerca sui meccanismi patogenetici del mesotelioma, né quella sulla cura di questa terribile neoplasia per ora intrattabile, né quella sulla più opportuna sorveglianza sanitaria da offrire agli ex esposti. E, infine, nemmeno quella nelle aule di tribunale, dove periti “di parte” ancora discutono sulla possibilità o meno di prevenire i danni da amianto per mezzo di misure di sicurezza, un tema a cui la rivista degli epidemiologi italiani ha dato spazio in passato e a cui non mancherà, se necessario, di prestare attenzione in futuro.

E&P auspica che i risarcimenti dovuti alle vittime e alle parti civili arrivino in tempi brevi e che il parlamento introduca le modifiche necessarie alle attuali norme per scongiurare  il rischio di smantellamento dei pool specializzati presso le procure italiane tra cui quello, importantissimo, dedicato agli infortuni e alle malattie professionali creato dal procuratore Guariniello.


Per leggere il dispositivo della sentenza il giudice ha impiegato tre ore e un minuto.
Un minuto per dire che gli imputati erano colpevoli e tre ore per leggere il lungo elenco dei nomi delle vittime (2.300, ma il numero cresce ogni settimana) e dei loro familiari. Le dimensioni della strage  sono state  rivelate per la prima volta agli inizi degli anni ’80 dai ricercatori dell’Unità di epidemiologia dell’Università di Torino, allora diretta da Benedetto Terracini, che per decenni ha seguito le vicende scientifiche e processuali legate alla questione amianto, e a cui abbiamo chiesto  un breve commento.


Il commento di Benedetto Terracini

La sentenza di Torino mi ha soddisfatto sul piano emotivo (non mi sento di commentare la prescrizione dei reati commessi negli stabilimenti Eternit di Bagnoli e Rubiera e la modestia degli indennizzi letti dal giudice Casalbore, prima di conoscere  le motivazioni della sentenza). Ma al di là dei sentimenti, sono gratificato dall’enfasi emersa da tutto il processo Eternit sulle storture del rapporto tra scienza e società. I padroni della Eternit non potevano non sapere ciò che “la scienza” stava producendo sugli effetti dell’amianto a partire dagli anni ‘40. Sono gli stessi padroni che trenta anni fa hanno accusato il giornalista Corradino Mineo di terrorismo per avere parlato per radio di morti da amianto a Casale Monferrato.

Ma l’accademia non doveva chiudersi su se stessa e ignorare il modo con cui le sue scoperte venivano accolte nel mondo esterno, quello reale.  Su La Stampa del 15 febbraio, Umberto Veronesi ha scritto che “nel nuovo millennio l’epidemiologia è stata leggermente trascurata”  (forse sarebbe stato più appropriato dire “inascoltata”, comunque grazie Umberto). L’accademia ha brillato per la sua assenza trenta anni fa, in Italia, nel movimento di base che ha portato al bando dell’amianto nel 1992. Quando noi, epidemiologi di Torino, negli anni ‘80 siamo atterrati a Casale Monferrato con le nostre stime di mortalità per tumori da amianto, siamo stati giustamente accolti con le parole “finalmente ve ne accorgete”.   

Il discorso è sempre lo stesso: per riconoscere le epidemie di malattie ambientali noi epidemiologi badiamo alla specificità dei nostri strumenti perché abbiamo paura di prendere delle cantonate con i falsi positivi. Ma troppo poco pensiamo ai falsi negativi che non riescono a emergere dai nostri numeri.

L'immagine in home page è tratta da Eternit, giustizia è fatta lettera di Franco Basciani,ex-dipendente della Eternit di Niederurnen, http://idvestero.org/?p=1632

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