editoriale
Epidemiol Prev 2020; 44 (1): 8-8
DOI: https://doi.org/10.19191/EP20.1.P008.026

COVID-19. Cosa dice oggi l'epidemiologia ai decisori?

COVID-19: what does epidemiology tell to decisionmakers?

  • Pierluigi Lopalco; mail:epiprev@inferenze.it

  1. Dipartimento di ricerca traslazionale e nuove tecnologie in medicina e chirurgia, Università di Pisa

Riassunto:

La risposta all’emergenza determinata dalla diffusione dei casi di COVID-19 deve essere il più possibile basata su evidenze scientifiche. L’incertezza in alcune misure, fin dall’inizio della crisi, è legata purtroppo al fatto che le evidenze disponibili sono limitate, trattandosi di un virus che ancora conosciamo poco. Dire che abbiamo poche evidenze non vuol dire comunque che le evidenze disponibili non possano indirizzare le scelte di politica sanitaria. Queste, a mio parere, le evidenze indispensabili per la pianificazione della risposta:


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La risposta all’emergenza determinata dalla diffusione dei casi di COVID-19 deve essere il più possibile basata su evidenze scientifiche. L’incertezza in alcune misure, fin dall’inizio della crisi, è legata purtroppo al fatto che le evidenze disponibili sono limitate, trattandosi di un virus che ancora conosciamo poco. Dire che abbiamo poche evidenze non vuol dire comunque che le evidenze disponibili non possano indirizzare le scelte di politica sanitaria. Queste, a mio parere, le evidenze indispensabili per la pianificazione della risposta:

1. COVID-19 è causata da un virus respiratorio con forti caratteristiche pandemiche. La veloce diffusione iniziale a Wuhan lo suggeriva. Oggi sappiamo che quello che lo rende particolarmente insidioso è l’elevato numero di persone che sono contagiose in presenza di sintomi molto lievi o anche prima di manifestarli. Più del 50% dei casi risultati positivi in Italia sono in isolamento domiciliare, vale a dire non hanno sintomi rilevanti.

2. La trasmissione asintomatica è stata inizialmente ritenuta residuale (in analogia con SARS). I primi modelli di diffusione hanno invece mostrato quanto il ruolo della contagiosità prima della comparsa dei sintomi o nei casi paucisintomatici fosse importante. Oggi, i dati del focolaio nel Nord-Est lo confermano.

3. La trasmissione è molto efficiente per via respiratoria per cui le misure da attuare sono quelle tradizionali del contenimento:
a) identificazione precoce dei casi;
b) isolamento dei positivi;
c) identificazione della catena dei contatti (calcolando un periodo di incubazione che può andare da 2 a 14 giorni);
d) misure di distanziamento sociale.

4. La curva di distribuzione (osservata) della durata del periodo di incubazione va da 2 a 14 giorni, con il grosso dei casi intorno a 5-6 giorni. Sono riportati casi eccezionali con anche 24 gg di incubazione, ma potrebbero essere anche artefatti cioè casi in cui non si è individuata una fonte più recente.

5. La ricerca attiva dei casi con tamponi negli asintomatici è importante nelle fasi iniziali: si deve ricostruire la catena di contagio. Oggi all’OMS il ‘caso’ di COVID19 è definito ‘un individuo positivo al test’, indipendentemente dalla presenza di segni e sintomi.

6. Le mascherine chirurgiche in tela servono ai soggetti con sintomi respiratori per proteggere chi li circonda. Le maschere con respiratore (fp2 o fp3) servono a chi, come gli operatori sanitari o professionisti dell’emergenza, debbano proteggersi dal rischio di contagio.

7. Una revisione sistematica di studi fatti in precedenza sui coronavirus ha dimostrato che in condizioni sperimentali il virus può resistere sulle superfici fino a 9 giorni. Questa evidenza ha valore per indirizzare le misure di sanificazione in ambiente ospedaliero e nei pubblici servizi, ma ha poco significato per la diffusione epidemica, visto che la via di trasmissione aerea è ben più efficiente.

8. Il tempo di raddoppio dei casi è valutabile in 6-7 giorni. In Cina il 20% dei casi ha richiesto l’ospedalizzazione ed un 5% la terapia intensiva. La letalità grezza stimata è stata intorno al 2%. Dai primi dati raccolti nel focolaio italiano su 528, circa il 30% è ricoverato e un ulteriore 7% è in terapia intensiva. Il numero più elevato è assolutamente in linea con il fatto che la popolazione italiana ha una quota di anziani estremamente più alta rispetto alla Cina.

In definitiva, quello che ci indica l’epidemiologia è che ci troviamo di fronte a un serio problema di sanità pubblica aggravato da una particolare struttura della popolazione e da un sistema ospedaliero che lavora sempre al limite delle capacità e con minimi margini di resilienza. Il rallentamento della velocità di trasmissione continua a essere urgente e necessario per permettere al sistema sanitario di prepararsi all’aumento improvviso di ospedalizzazioni.

28 febbraio 2020

Conflitti di interesse dichiarati:
l'autore ha ricevuto grant di ricerca e ha partecipato
ad advisory board per conto di GSK, MSD, Pfizer, Sanofi e Seqirus.

Commenti

Più che un commento, sarei

Più che un commento, sarei interessata a sapere che differenza c'è sulla contagiosità tra un paziente con la patologia COVID19 conclamata con polmonite e e un paziente paucisintomatico. La carica virale di questi due soggetti è differente?

Un Comitato Scientifico Internazionale dell'Emergenza da ubbidir

Grazie Prof.Lopalco della sua lucida sintesi sul problema di questa Emergenza, che per la prima volta vede lo sforzo di tutti gli Italiani nel contenimento dei danni.
E’ nota da molti anni, anche alla SItI, la difficoltosa professione medica di Sanità Pubblica italiana, privata di un ricambio generazionale, oltre che di degni ristori stipendiali che evitassero la fuga all’estero dei giovani.
Sono note anche le insufficienti capacità ospedaliere di far fronte alle emergenze epidemiche, che oggi obbligano i decisori a trovare con difficoltà risorse di cooperazione estera, di esercito e di protezione civile, tutti mezzi apprezzabili, per carità, perchè non sono dotati di sistemi flessibili di esecuzione di fronte a calamità come quelle dei disastri o infettive : della Super-Influenza si parla da molti anni, anche in ambito UE ( ricordo il progetto di Horizon2020 “ASSET Science in Society “) e tuttavia non possediamo una struttura centrale internazionale scientifica che - per togliere ogni dubbio di conflitti d’interessi - dovrebbe insediarsi d’urgenza al bisogno e senza gettoni, perché designata dai colleghi medici e deputata alla comunicazione scientifica sull’emergenza in atto, che - come nel suo caso Prof.Lopalco - consentisse ad ogni medico di porre delle questioni sui problemi causati dall’epidemia, che non sono certo trascurabili oltre che per i medici, per la società intera.
In realtà, potrebbe pensarci l’OMS, che tuttavia nel suo gigantismo burocratico è incapace di calarsi nelle realtà territoriali, limitandosi a dare indicazioni di massima soprattutto ai Paesi in Via di Sviluppo, mettendo talvolta in moto per essi aiuti molto importanti attraverso la Banca Mondiale, cha a noi (Veneti) peraltro non ne ha mai dati.
Nel caso del Coronavirus19 tuttavia, se la dimensione della considerazione dei Medici specialisti in Epidemiologia e Sanità Pubblica fosse stata anche minima, essendo stato chiaro da subito in Lombardia lo scoppio dell’epidemia, con plauso all’Assessore Gallera che ha sempre fornito i dati per provincia, anche se non illustrati, così che non avevamo dubbi sull’emergenza colà, ma è deflagrata ugualmente a Bergamo e a Brescia, i medici in Veneto avevano le info dal tiggì e infatti per i primi provvedimenti di massa si è atteso alcuni giorni.
In questi frangenti sanitari, diventa inoltre molto pesante l’abituale clima di rimprovero autoritario della società degli Infermieri, che non lo fanno mancare mai ai medici nei momenti più critici: si veda la risposta al documento di etica clinica nelle Terapia Intensiva di SIAARTI, che altro non descrive che la situazione di sanità italiana, che non si risolverà mai “ in stato di emergenza”!
Per tutte queste ragioni, vedo necessario un “ forum” di valenti scienziati internazionali super-partes cui le forze politiche – e i cittadini - devono ubbidire se vogliono ridurre i danni al minimo, non solo per il nostro Paese. Stiamo infatti oggi osservando la diffusione dei casi nei paesi costieri africani, che pur contando già i loro primi morti, hanno deciso- come si legge nei loro quotidiani - di non bloccare i voli e le crocere che dal prossimo 20 marzo, pur sapendo che l’incubazione può realizzarsi in soli 2 giorni e pur avendo l’evidenza della diffusione dell’epidemia tra chi si è attivato in ritardo ad esempio in Europa. Maria Luisa Fabris ( assoc.SItI, EUPHA; ASSET S.S.)

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