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Epidemiol Prev 2013; 37 (2 EPdiMezzo): 3-

Inquinamento atmosferico: particelle che uccidono

  • Cinzia Tromba1

  1. Redazione E&P, Inferenze

Per ogni aumento di 5 µg/m3 della concentrazione di particolato fine (PM2.5) il rischio di morire per cause non accidentali aumenta del 7%. Questo afferma lo studio ESCAPE pubblicato sull’ultimo numero di Lancet. Così, dopo aver dimostrato, nel luglio scorso, che le polveri sottili aumentano il rischio di tumore al polmone (link a Lancet oncology), ora i ricercatori di ESCAPE provano che il particolato causa anche un incremento dei decessi. E ribadiscono, come già anticipato a luglio, che gli effetti del PM sono rivelabili a concentrazioni ben al di sotto delle soglie attualmente stabilite dalla normativa europea.
Se poi si considera che nel frattempo, lo scorso mese di ottobre, la IARC ha classificato l’inquinamento in generale e, nello specifico, il particolato (PM2.5 e PM10), come cancerogeni certi per l’uomo, diventa evidente l’urgenza di interventi drastici se si vuole davvero tutelare la salute dei cittadini europei.

PM e morti “per cause naturali”

Dello studio ESCAPE e dei suoi primi risultati si è già parlato in questa sede in occasione dell’uscita dell’articolo di Lancet Oncology. Qui basterà ricordare che ESCAPE sta per European Study of Cohorts for Air Pollution Effects, che è un progetto europeo ideato con l’obiettivo di valutare gli effetti dell’esposizione prolungata all’inquinamento sulla salute umana avvalendosi di una base di studio molto ampia (diverse coorti, per un totale di oltre 300.000 persone, sparse in tutta Europa) e che, per la numerosità del campione, il disegno di studio e i metodi utilizzati, supera la maggior parte dei limiti di cui soffrivano gli studi precedenti sull’argomento.

In questo nuovo lavoro i ricercatori si sono avvalsi del contributo proveniente da 22 coorti per un totale di oltre 360.000 residenti in grandi città europee. Hanno stimato le concentrazioni medie annuali di ossidi di azoto e particolato nei luoghi di residenza dei soggetti grazie a sofisticati approcci statistici (modelli di regressione land-use) e, inoltre, hanno raccolto informazioni sull’intensità del traffico sulla strada più vicina alla residenza e sul carico totale di traffico relativo alle maggiori arterie stradali entro 100 metri dalla residenza. Gli individui partecipanti allo studio sono stati seguiti per circa 14 anni. Durante questo periodo, 29.076 sono morti per cause non accidentali.

L’analisi di questa messe di informazioni ha portato a concludere che l’esposizione prolungata all’inquinamento da particolato fine fa sì che il rischio di morire per cause naturali (cioè escludendo quelle non attribuibili all’inquinamento, come incidenti e suicidi) aumenti, quantificando questo aumento in un 7% per ogni incremento di 5 µg/m3 nella concentrazione media annuale di PM 2,5. Par dare un’idea, “una differenza di 5 µg/m3 è quella che si può rilevare tra un luogo nei pressi di una strada urbana trafficata e un luogo in piena campagna”, come sottolinea Rob Beelen, primo firmatario e coordinatore dello studio, dell’Università di Utrecht (Paesi Bassi).

Ma soprattutto, estendendo l’analisi a concentrazioni di PM2,5 di 20, 15 e 10 µg/m3, quindi al di sotto del valore limite di 25 µg/m3 indicato dalle leggi europee, i ricercatori hanno continuato a documentare gli stessi effetti di incremento del rischio di morte, senza trovare una soglia di sicurezza sotto la quale l’effetto scompaia.

Infine, l’associazione tra esposizione prolungata al particolato fine e mortalità rimane significativa anche qualora si tenga conto di fattori che potrebbero influenzare la stima (come il tabagismo, lo status socioeconomico, il livello di attività fisica, l’indice di massa corporea, il livello di istruzione).

Lo studio non rileva invece effetti statisticamente significativi sulla mortalità a carico degli ossidi di azoto.

Che fare?

Se questa è la situazione in cui vivono i cittadini europei, che cosa si può fare per proteggerli?
“L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) propone da anni, nelle sue linee guida, la soglia di 10 µg/m3” sottolinea Francesco Forastiere. “Perciò, è del  tutto evidente che avvicinandosi a questo obiettivo si potrebbero raggiungere grandi benefici per la salute delle persone.” Come testimonia quanto già rilevato negli Stati Uniti, e cioè che per ogni riduzione di 10 µg/m3 nella concentrazione di PM2,5 l’aspettativa di vita aumenta di 0,61 anni.
Opinione condivisa da Jeremy Langrish e Nicholas Mills dell’Università di Edinburgo, che sullo stesso numero di Lancet, in un editoriale di presentazione, affermano: “Nonostante i grandi miglioramenti della qualità dell’aria negli ultimi 50 anni, i dati di  Beelen e colleghi mostrano che gli effetti dell’inquinamento dell’aria sulla salute continuano. Questi dati, insieme ai risultati di altri grandi studi, suggeriscono quanto siano necessarie ulteriori politiche per ridurre l’inquinamento e, quindi, le malattie e i decessi in Europa. Come raccomandato dall’OMS, una priorità urgente dovrebbe essere quella di avviarsi verso i valori indicati dalle più restrittive linee guida sulla qualità dell’aria dell’OMS.”

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