attualita
Epidemiol Prev 2019; 43 (2-3): 120-121
DOI: https://doi.org/10.19191/EP19.2-3.P120.045

EPICHANGE/1. P-value: «Il re è morto, viva il re!»

P-value: «Le roi est mort, vive le roi!»

  • Annibale Biggeri1,2

  1. Dipartimento di statistica, informatica, applicazioni “G. Parenti”, Università di Firenze; annibale.biggeri@unifi.it
  2. Società per l’epidemiologia e la prevenzione “GA Maccacaro”, Impresa sociale srl, Milano

Riassunto:

«Le roi est mort, vive le roi!» era la formula usata per annunciare al popolo la morte del re e la nomina del suo successore, al fine di ribadire la continuità ininterrotta della monarchia.
Questo prima della rivoluzione francese.
Così la continuità della pratica di dividere i risultati di uno studio epidemiologico in statisticamente significativi e non si è tramandata nel tempo.

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«Le roi est mort, vive le roi!» era la formula usata per annunciare al popolo la morte del re e la nomina del suo successore, al fine di ribadire la continuità ininterrotta della monarchia.
Questo prima della rivoluzione francese.
Così la continuità della pratica di dividere i risultati di uno studio epidemiologico in statisticamente significativi e non si è tramandata nel tempo. A nulla è valso dichiarare scorretto l’uso del p-value rispetto a un livello di significatività prefissato, l’invito a riportare il valore esatto di p, il suggerimento di usare l’intervallo di confidenza, la richiesta di fornire l’intervallo a un livello di confidenza del 90% e così via.
Forse ora siamo arrivati alla rivoluzione francese: qualche testa coronata comincia a cadere nel cestino. Strumentale o meno, l’articolo del 2005 di John Ioannidis “Why Most Published Research Findings Are False” ha rivelato un problema di credibilità della ricerca impensabile in passato.1
Oggi, a causa del grande numero di lavori sulla riproducibilità della ricerca scientifica, si è generata in una parte non piccola della comunità scientifica la convinzione che si debba cambiare strada. Tagliare le teste, leggi «abbandonare la “significatività statistica”».2 Già alcune riviste scientifiche, su decisione dei rispettivi direttori scientifici, avevano abbandonato l’uso del livello di significatività per discriminare i risultati di una ricerca, o comunque lo scoraggiavano nelle istruzioni per gli autori. Per quello che più riguarda gli epidemiologi, ricordo i punti di riferimento salienti di questa vicenda: “Confidence Intervals Rather Than P-values: Estimation Rather Than Hypothesis Testing” di Gardner e Altman a metà degli anni Ottanta3 e il libro sugli intervalli di confidenza tradotto in italiano a cura di Alessandro Liberati per i tipi del Pensiero scientifico nei primi anni Novanta;4 “Sifting the Evidence. What’s Wrong with Significance Tests” dell’allora editor dell’International Journal of Epidemiology, G. Davey-Smith insieme a J. Sterne, nei primi anni Duemila.5
La questione è però complessa e l’articolo di Andrea Saltelli in questo numero di EpiChange (pp. 121-122) mostra l’orizzonte entro cui va inquadrata, orizzonte nel quale l’integrità morale gioca un ruolo fondamentale. Alcune considerazioni in questa direzione:
1. la prima: il fatto che la proposta di abbandonare il livello di significatività venga presa in considerazione quando diviene grande il numero di ricercatori rivela che si tratta di una proposta interna alla comunità scientifica, volta a recuperare una credibilità sociale compromessa. Se questo è lo scopo, la soluzione deve essere per forza trovata nell’interazione con la società nel suo complesso;
2. la seconda: l’insufficienza di questa soluzione si manifesta anche per la seconda considerazione, cioè che la proposta ha trovato sostenitori e detrattori che si appoggiano su argomentazioni extra-scientifiche relative all’impatto che le diverse soluzioni avrebbero in termini di falsi positivi e falsi negativi e soggettività o arbitrarietà delle decisioni prese dai ricercatori in merito all’importanza dei loro risultati.6 Si apre la porta agli interessi in conflitto nella società e si pretende di coprirli con il velo della soluzione tecnica.

Come Epidemiologia&Prevenzione ci eravamo dati delle linee guida, ovviamente da prendere con giudizio:

  1. classificare un risultato come “statisticamente significativo” è scorretto;
  2. i risultati vanno riportati come stima puntuale e intervallare, scegliendo un livello del 90%;
  3. le analisi di sottogruppo vanno giustificate sulla base di un test statistico per l’interazione, riportando ove appropriato il valore esatto di p;
  4. i risultati vanno discussi alla luce delle distorsioni che minacciano la validità dello studio;
  5. la dimensione dello studio va calcolata alla luce dell’ampiezza desiderata della stima intervallare;
  6. regole specifiche valgono per gli studi sperimentali, dove è possibile indicare a priori la differenza clinicamente rilevante e controllare la probabilità di errore di secondo tipo (falsi negativi), la cui giustificazione si trova in alcuni articoli divulgativi pubblicati sulla nostra rivista intorno al 2010-2011.7-11

BIBLIOGRAFIA

  1. Ioannidis JPA. Why Most Published Research Findings Are False. PLoS Med 2005;2(8):e124.
  2. Amrhein V, Greenland S, McShane BB. Retire statistical significance. Nature 2019;567:305-07.
  3. Gardner MJ, Altman DG. Confidence Intervals Rather Than Pvalues: Estimation Rather Than Hypothesis Testing. Br Med J (Clin Res Ed) 1986;292(6522):746-50.
  4. Gardner MJ, Altman DG. Gli intervalli di confidenza - Oltre la significatività statistica. Roma, Il Pensiero Scientifico Editore, 1990.
  5. Stern JAC, Smith DG. Sifting the Evidence. What’s Wrong with Significance Tests? BMJ 2001;322:226-31.
  6. Ioannidis. Retiring statistical significance would give bias a free pass. Nature 2019;567:461.
  7. Catelan D, Biggeri A, Barbone F. Epidemiol Prev 2011;35(5-6):358-61.
  8. Catelan D, Biggeri A, Barbone F. Epidemiol Prev 2011;35(3-4):236-40.
  9. Catelan D, Biggeri A, Barbone F. Epidemiol Prev 2011;35(2):150-54.
  10. Biggeri A, Catelan D, Barbone F. Epidemiol Prev 2011;35(1):51-52.
  11. Barbone F, Biggeri A, Catelan D. Reporting uncertainty. Epidemiol Prev 2010;34(5-6):91-95.

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